domenica 22 gennaio 2012

Elucubrazioni Mattutine n° 2


Il buongiorno si vede dal mattino, dicono.
Innanzitutto mi sono svegliato tardi, che è uguale a dire mezza giornata persa, ore in meno per studiare, per fare cose, vedere gente (citando il buon vecchio Nanni, nominato giustappunto ieri presidente della giuria di Cannes, sua vera patria).

Equivale a dire che la notte è stata infausta, o in ogni caso non foriera del consiglio o del riposo necessari a svegliarsi presto e affrontare “di petto” una nuova giornata, una domenica che si presenta dalle tinte piuttosto fosche, all’esterno come all’interno.

Equivale ad ammettere che il tuo doppio cazzone vorrebbe uscire, anche se tenti sempre di incarcerarlo, di rinchiuderlo, che vuole avere la sua epifania, come il sole che questa mattina appare un po’ stanco, come non avesse più la voglia di continuare.

Ma in fondo, mi sono svegliato solo un po’ tardi, e sto facendo le solite “elucubrazioni mattutine”, senza sapere veramente il perché e senza sapere nemmeno se queste abbiano un senso, e se non siano in realtà solo schermi dietro cui mascherarmi, mura dentro le quali rifugiarmi per non affrontare l’inaffrontabile.

Sono stanco, nonostante l’ora in cui mi sono alzato da quel letto, ma stanco di una stanchezza atavica, quasi irrimediabile.

E potrei rimediare, e so come, basterebbe farlo.



Alessandro Berrettoni

sabato 21 gennaio 2012

Elucubrazioni Mattutine


Il semaforo era rosso, come il mio cuore che in quel momento stava battendo forte, per te, per me, per noi.
I ricordi valgono eccome in un mondo che si imbozzacchisce sempre di più, che si sgretola tutt’intorno, i ricordi valgono, rimangono, si coltivano, le promesse si mantengono, fino al punto in cui capisci che la strada che hai intrapreso forse non è giusta, che quando eri a quel semaforo, che era rosso come il tuo cuore che sanguinava, dovevi andare diritto, non girare.
Dovevi capire tutto quando non capivi niente, essere cosciente.
Il semaforo era rosso, come un cuore che batte, che suona, che vive, che fa vivere; un momento dura solo un momento ma a volte è un’eternità.
Le scelte di una vita, il poterle cambiare, lo scatto di un semaforo; sapere dove andare.
Dovrebbero inventare un navigatore per la vita, che sia aggiornato con la tua volontà, con i tuoi desideri, in modo da saper sempre dove girare, quale strada prendere, che mica è così facile sapere dove ti portano prima di intraprenderle.
Mica è facile aspettare lo scatto di un semaforo, che era rosso e sta diventando verde, come la speranza di essere qualcosa di più, di vedere oltre, di esserci, comunque e indispensabilmente, aspettarlo come si aspetta qualcosa che è innato ma non si è quasi mai trovato, quel bisogno necessariamente sufficiente a farti conoscere tutte le strade del mondo, senza averle percorse mai.

giovedì 19 gennaio 2012

Dichiarazione d'intenti (speriamo sia la volta giusta)

Ho deciso di ridare un senso a questa specie di blog.
Ho deciso cho d'ora in poi lo curerò, come se curassi me stesso, ché in fondo non è altro che un estensione del mio essere (o almeno dovrebbe).
Ho deciso che magari non tutti i giorni (troppo impegnativo) ma spesso farò una capatina e scriverò due righe, lo stretto necessario a farmi sentire meglio, svuotato, a posto.
Una specie di missione, di dichiarazione d'intenti, che mi garantisca l'obiettivo, e mi ci faccia arrivare degnamente.
Non pubblicherò dunque solo e soltanto gli articoli che scrivo ogni due mesi per L'Atipico, ma cercherò di riempire, anche grazie a questa nuova grafica, la tavola di fogli, da sovrapporre, mischiare, accartocciare, ma non buttare.

A chi mi legge, grazie, a chi non lo fa, lo stesso.

Alessandro Berrettoni

martedì 17 gennaio 2012

Dal telefono

In diretta dal mio telefono. Incredibile!
La giornata è stata segnata dalla disarmante telefonata de falco schettino con la solita contrapposizione tra i due modi di essere italiani, ligi al dovere (per questo eroi? Mah..) e vigliacchi impauriti in fuga dalle nostre responsabilità, create per le nostre colpe fra l'altro.
La dicotomia degenera in banale generalizzazione, bieca e schiacciante rovina dei nostri tempi, per cui necessariamente il mondo si divide fra schettini e de falco:vera triste constatazione o manipolazione della notizia?
Di certo c'è che a far notizia è che l'anomalia sia l'incazzatura doverosa di de falco, che fa il suo dovere e per questo diventa un eroe.
Ci siamo ridotti a questo?

La speranza dunque é che per ogni schettino ci sia un de falco che almeno controbilanci.

Buonanotte.
Ripeto che sto scrivendo dal telefono (e non è un tweet questo)

Alessandro Berrettoni

Sfoghi serali


Lo sfogo serale è pratica ormai pressoché universale: tutti arriviamo alla tanto attesa sera, dopo una giornata chi più chi meno logorante, riposante, stressante e chi più ne ha più ne metta, ci colleghiamo al nostro/i social network preferito/i e esterniamo all’universo conosciuto o meno il nostro sfogo.
E’ pratica dicevo universale, che ci consente il più delle volte di ricevere numerosi pollicini su o retweets e che ci fa andare a letto più felici, perché ammettiamolo: il riconoscimento sociale derivante dall’apprezzamento di quello che dici su internet è fondamentale!
E’ forse per questo che mi sono iscritto a tutti (o quasi) i sn del mondo internettiano? E’ puro bisogno di sentirsi importanti da parte di persone che nella maggior parte dei casi nemmeno stimiamo o che reputiamo alla stregua dell’ormai tristemente noto comandante schettino? O è puro istinto di restare sempre connesso con tutto quello che succede, necessità di sentirsi geek, tecnomaniaci, così da poter dire di essere arrivato prima?
Devo ammettere, in verità, che adoro la rete (nelle sue parti migliori), la trovo creativa, innovativa, vero deus ex machina che può permettere a chiunque di trovare il giusto spazio, e trovo che ci sia un certo accanimento da parte della maggioranza delle persone a usarla invece come mera fonte di barsport (nell’accezione becera del termine).
Forse, quello che ho scritto non ha molto senso, non è compiuto e non sono arrivato dove volevo, ma in fondo è solo un ennesimo sfogo serale.

venerdì 13 gennaio 2012

(UN ABBRACCIO) - da "L'Atipico" Novembre - Dicembre 2011


Il passaggio epocale (e quasi antropologico) dalla perenne cena trimalchionis cui si era ridotto il Berlusconi IV alla cupa grigiosità, la compostezza e la seriosa, burocratica ma indiscutibile competenza del governo Monti è efficacemente rappresentativo della (dis)unione di un paese che proprio in questo anno si sarebbe dovuto ritrovare compatto nel celebrare il suo 150esimo compleanno.
E certamente questo determinato periodo potrebbe dirsi apicale oltre che epocale, uno di quei rari momenti dove ti accorgi che (forse?) un’era sta concludendosi e un’altra auspicabilmente più rosea sta per partire, una di quelle parentesi della storia che ne chiudono ciclicamente altre rimaste lì ad aspettare la stretta di un abbraccio ( ).

Che non siano bastati 150 anni per fare gli italiani, ancora intontiti dal ronzio delle orecchie e dall’imbambolamento tipico di chi si è svegliato solo ora da una gigantesca sbronza di berlusconismo è purtroppo evidente, come è evidente che non basti un tanto atteso abbraccio tra parentesi per risolvere il peccato originale di una nazione che si è trovata ad essere uno stivale con la cerniera che non si chiude.

Che poi qual è l’idea di patria, di nazione, di territorio, della concezione del suolo natio che ha l’italiano medio, quello ancora anestetizzato dalla dose massiccia di chiappe e reality che la “rivoluzione liberale” di Silvio gli ha iniettato?

L’italia s’è (or)mai desta?

Ci sono dei momenti della storia che sembrano grandi ferite aperte e sanguinanti, di quelle che per tamponarle ci vuole una catena umana di milioni di persone ognuna delle quali aspetta il suo turno con la consapevolezza di essere ugualmente fondamentale.
Momenti in cui tutti sanno qual è la cosa giusta da fare.
Il 1861 è stato uno di questi momenti.
Al di là di ogni retorica, ché è facile abusarne, ne stiamo vivendo uno simile ora.

I problemi, le fratture, le cerniere, non si risolvono così, agitando al vento parole, ma con la consapevolezza e la bellezza della giustizia di un gesto; forse quelle parentesi non sono altro che braccia, che aspettano quelle di un fratello (d’Italia, s’intende) per stringersi in un abbraccio collettivo, che varrebbe più di tutti gli ossequiosi cerimoniali cui siamo stati costretti ad assistere quest’anno.




Alessandro Berrettoni

giovedì 24 novembre 2011

A UN PASSO DAL BARATRO (da "L'Atipico" Settembre - Ottobre 2011)


Le parole sono un codice: servono a sintetizzare emozioni, voglie, paure, desideri altrimenti inesprimibili, incomunicabili a terzi. E così, a volte, sembra persino ingiusto che la fatica, il sudore, associate ad una consuetudine fin troppo classista, si traducano in una semplice serie di segni, alla quale altri prima di noi hanno associato un significato: LAVORO.
Non a caso, etimologicamente parlando (cit. Dizionario Etimologico) il termine lavorare deriva dal latino laborare, da labor, che significa fatica, pena; forse astratto di labi (scivolare, cadere) e cioè, in definitiva, l’atteggiamento di chi (lavorando) è (curvo) come chi scivola o cade.
In questi anni (decennio?) di crisi, di cassintegrati, di caporalato, di puerili politici che davanti agli occhi di tutti continuano imperterriti a vorticare in una spirale fatta di privilegi, cortigianesimo, e sono sempre più lontani dal paese, che manco Versailles, in questi tempi così bui di immigrati che ancora sognano un futuro migliore, quest’immagine di equilibrio instabile, di a-un-passo-dal-baratro, è calzante.
L’idea che chi lavora sia in perenne bilico, come se stesse per cadere da un momento all’altro, è una metafora dell’incertezza che sicuramente oggi ci attanaglia, ma che forse tutti gli esseri umani hanno provato, dall’alba dei tempi. Abbiamo cercato modi diversi per sfuggire alle difficoltà di una vita, di un lavoro, da quella minaccia di una rupe tarpea che ci aspetta, ma niente. Ancora oggi, e forse soprattutto oggi, la nostra vita, di cui buona parte è trascorsa lavorando, è un maledettissimo percorso pieno di ostacoli, altro che 3000 siepi!

Non a caso un fine e insigne sociologo come Zygmunt Bauman ha definito la nostra era come liquida, e, come sappiamo, sul bagnato si scivola. Siamo condannati ad una vita di perenne equilibrismo su un baratro di bollente magma. È un fardello, un peccato originale che male si lava via, un contrappasso prima della colpa; non c’è scampo, bisogna lavorare, bisogna vivere,  e tutto questo non è altro che un evitare di cadere, uno stare sempre sull’attenti per non soccombere. Una forma di sopravvivenza.
E certamente, per i primi uomini, il lavoro coincideva con la vita, ed era istinto, fiuto, mera sopravvivenza.
Pensandoci bene, in fondo, non molto è cambiato; sicuramente non per coloro i quali sono oppressi, sfruttati, e che continuano, vanno avanti, nonostante le difficoltà, nonostante l’ebollizione della lava sottostante; e questa è, più di tutto il resto, sopravvivenza, e se ce la fanno è per una combinazione perfetta di bravura, talento, fortuna e coincidenze (s?)favorevoli.
Come la creazione del linguaggio, dopotutto.

In ogni caso, quando siamo lassù su quella corda (e cioè, praticamente, sempre) non dobbiamo fermarci a riflettere, sarebbe fatale, né sul perché né sul come. È così, punto e basta. Dobbiamo prefiggerci un obiettivo, e raggiungerlo.

Ma, in fondo, queste sono solo parole.


Alessandro Berrettoni