giovedì 8 novembre 2012

Viviamo in tempi interessanti

Benvenuti in tempi interessanti è un libro del mio amico (virtualmente tale , s'intende) Slavoj Zizek.
È certo che viviamo in tempi interessanti, dove senti che da un momento all'altro la Storia, quella con la S maiuscola potrebbe apparire e far sentire tutta la sua forza dirompente.
Potrebbe arrivare, antropomorficament tramutarsi in una persona, o più materialmente forse in una azione militare, in un attacco terroristico.
Insomma potrebbero accadere cose belle o cose tremende, banalmente.
Ma di certo viviamo in tempi interessanti, tempi in cui l'american dream avrebbe potuto rimettersi assurdamente in discussione, e non l'ha fatto, tempi in cui possiamo parlarci, vederci, interconnetterci, qualsiasi siano, io, due, o più, gli interlocutori.
Tempi in cui possiamo sentirci empaticamente tutti collegati, invece che apaticamente lasciarci scivolare tutto addosso, come per troppo tempo abbiamo fatto.
Possiamo scrivere le nostre opinioni, confrontarle, metterle a frutto.
In questo si inserisce la rielezione di Obama, con quel"the best is yet to come" che si affianca al "peggio è dietro l'angolo" che ogni giorno i nostri grigi burocrati europei ci dicono.
Ed ecco che la speranza torna a farsi viva, la testa torna indietro, ad un'Europa veramente unita, quella che si vede girandola, entrando in qualsiasi bar di qualsiaasi cittá dei 27.
Una speranza spinelliana, forse esageratamente ottimista.
Un sogno, come quello di un presidente nero che diventa il perno su cui rilanciare la ricostruzione dell'identitá collettiva.
E se di certo ci manca un'Obama, ma ancor prima un Washington, un Jefferson, un Lincoln, di certo tutti insieme potremmo ripartire, edè questo il momento giusto.
Posto che, tornando a Zizek, un proverbio cinese, che poi in realtà era una maledizione suggeriva: " ti auguro di vivere in tempi interessanti".
Ma anche i cinesi, in questi tempi (anch'essiinteressanti) di congresso, non hanno più tempo per i proverbi.

A.B.

lunedì 5 novembre 2012

Ragionamenti sul poco e sul niente

Leggo su twitter di Fini contestato ai funerali di Rauti e penso a quelli di Berlinguer, con il nemico Almirante lì, e nessuno a stupirsi.
Penso a come sia ridotto questo paese, alla facinoleria con la quale comici populisti arrivano ad avere credito, a quanto su questo abbia influito il ventennio di tivù, poppe e culi che abbiamo provato a lasciarci alle spalle.
Penso alle prospettive, alla voglia di creare, di stupire, ridotta a mero sensazionalismo.
La rottamazione tanto conclamata dovrebbe essere culturale, credo, partire dalle divisioni e inventarsi un futuro.
I divari generazionali sono forse diventati ormai traslazioni globali di lotte di classe, utili da sempre a far rimanere in stallo, tanto gli sfruttati rimangono tali.
E da questo contesto mi accorgo come ormai anche il nostro parlare sia stato tremendamente influenzato, forse definitivamente. Si vieta il dibattito tv, quando forse è stato proprio quello a creare fenomeni da circo, di turno, e giustamente, senza rimpianti.
Insomma, penso, ci ripenso, ma non trovo una soluzione, nell'attesa, intanto, che aldilà dell'oceano si perpetri il coraggio di 4 anni fa, senza cedere, anche lí, alle facili soluzioni cui spesso siamo ricorsi, nella storia.

A.B.

domenica 21 ottobre 2012

L'ansia del domani

Attendo. Silenziosa, la reciproca assenza giunge in momenti inaspettatamente fragili.
Come me. Come noi.
Ansiogeni come pochi si voltano gli attimi futuri, a guardarti, come a dirti: "conosco cose che non puoi ancora immaginare".
Il pensiero si fa carne, il quando non lo so.

Siamo gocce di rugiada in un mondo dove non esiste la notte.

Albe non ancora viste mi suggeriscono parole incomprensibili, concetti inespressi.
E sento sulla mia pelle l'attesa, che si fa largo sgomitando, lasciando per la strada frammenti del domani.
Frammenti scomposti, un puzzle, a cui manca sempre un pezzo.

Oggi, come domani.

lunedì 8 ottobre 2012

Ci penso, ci sono e ci faccio (da "L'Atipico" settembre-ottobre 2012)

Cogito, ergo sum.


Cartesianamente parlando, è dura farci. Pensiamo, dunque siamo, inconfutabile, inesorabile, perfetto.


Dunque, per non far torti a monsieur Lapalisse, verrebbe subito da aggiungere che il farci, necessariamente, comporta un non pensare .


Stolti, o voi che privilegiate l’esserci al farci!


Io ho qualche dubbio, in realtà, senza prendermi la briga di rinnegare il buon René, che, insomma, in fondo, ne avrà saputo più di me, lui-si-che-c’era-e-mica-ci-faceva-dai.


Credo, sinteticamente, che il farci a volte sia conseguenza necessaria delle condizioni esterne, adattamento, evoluzione.


Ecco, il solito manicheismo di provincia che mi porta a vedere due estremi, CI SEI O CI FAI, la differenza tra la normalità e la diversità, come se veramente chi c’è ci fosse veramente, e chi ci fa non sia consapevole di farlo, come se avesse ancora senso una distinzione di questo tipo, oggi.


Ci facciamo tutti (molto più della facile battuta, cit.), quando ci mettiamo la maschera del perbenismo, quando ci stracciamo le vesti e puntiamo il dito verso il faccendiere (nel senso, non politico, di colui che ci fa) di turno, quando crediamo di esserci, e non ci siamo.


Serpenti striscianti che cercano la preda di turno per attaccare improvvisamente, nascosti dietro volti di cera, dietro veli trasparenti, ma pesanti come macigni, come spade sguainate sentiamo l’energia prorompente del preliminare, quando pronti ci lanciamo su prede che inconsapevolmente ci fanno, come noi, ma non lo sanno.


Ecco, non me ne voglia René (o Renato, se potessi avere la certezza che non si sarebbe offeso), ma io non credo che siamo poiché pensiamo, io credo che siamo poiché ci facciamo, quando per finta non sentiamo, per farci ripetere belle parole da una bella voce, quando finti tonti cerchiamo di sfuggire al male, alla miseria, alla guerra, come pedine di scacchi, ma non re o regina, alfieri forse; in diagonale ci spostiamo, ed è l’unico modo che abbiamo per sopravvivere, giorno per giorno

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venerdì 7 settembre 2012

Due Mondi (dal blog di RadioZio)

C'era una volta un mondo, fra tanti.
Giallo e Nero predominavano; era un mondo di condivisione, di belle idee e di semplice comunicazione.
"Abolire i mezzi pesanti!"
"un mondo a portata di microfono".
C'era una volta un mondo, di pochi.
Predominava la volontà di cavarsela in qualche modo.
In qualsiasi modo.
Non è che fossero in conflitto, i due ecosistemi, ma le culture erano troppo diverse, e i fortunati gialli e neri credevano in qualcosa, nella forza della propria voce, ad esempio.
Nessuno degli altri lo capiva, in quel momento.
Insomma, non c'era niente da fare, o almeno sembrava, il giallo e il nero non stanno bene insieme, diceva qualcuno; parole al vento, il giallo e il nero sono meravigliosi, diceva qualcun'altro.
Poi un uomo si affacciò a una terrazza, era gialla e nera, come tutto del resto; di fronte aveva una donna, vestita normale (così credeva lei).
I due si guardarono intensamente e lui, con il solo mezzo che aveva, un microfono, le disse: "Sei bellissima" e lei: "non avevo mai notato come il giallo e il nero stessero bene insieme".
Lui fece un salto, e i colori si mischiarono, e loro si mischiarono, e fu sera e fu mattina, e fu bellissimo.


A.B.

vedi http://rzradiozio.blogspot.it

martedì 21 agosto 2012

Il "dice che..."

Il dice che è il nostro sport nazionale; ancora non olimpico, ci stiamo lavorando.

Racconti di terzi passati, filtrati da membra di altri, cambiati, mescolati.

Il dice che, fonte e causa di ogni male. Entropica forza che spinge a osare di più, correggendo rotte immaginifiche.

Prima e vera malattia cronica, fattiva storia che si trasforma.

Dice che. Un must. Slogan percettivo, unicuum che congiunge vite, crea scintille, distrugge rapporti.

Lui, il solo, il grande, dice che.

sabato 4 agosto 2012

L'inverno sta arrivando (da L'Atipico Luglio-Agosto 2012)

Scipione, Caronte, Lucifero, una banda di allegri nomignoli, come al solito, ci sta deliziando, acclimatandosi (ma non ci stiamo acclimatando noi, anzi, soffriamo le pene dell’inferno – appunto).


E presto arriverà il toto - tormentone di questi tre mesi, mentre io bestemmierò parole senza senso, cercando di capire quello che sto leggendo, vedendo, sentendo.


E così passerà un’altra estate, e purtroppo sarà uguale a tutte le altre, giovani adolescenti in cerca di rifugi bui arredati da musica di profondo cattivo gusto e alla scoperta della loro sessualità agli albori, ancor più giovani bimbi innocentemente entusiasti dei giochi sulla spiaggia, e adulti che vorrebbero tornarci, bambini, ma che fanno finta di sapere tutto, chiusi dietro scure lenti e pagine rosa di giornali.


Insomma niente di nuovo, nonostante la crisi ci sarà il solito “esodo” (che quest’anno assume un senso anche in forma “previdenzial-pensionistica”), ci sarà la solita, strabordante, massiva deflagrazione culturale, con annessi e connessi.


Tutto come sempre, purtroppo, o per fortuna, che essere inconsapevoli, di questi tempi, è forse un bene, andare nella solita spiaggia in mezzo ad altri mille è sentirsi parte di un tutto, o perlomeno di qualche cosa, è accontentarsi, ma è la stessa cosa da fare nella vita, tutti i giorni, forse.


Forse, perché credere che ci sia una via d’uscita, un qualsiasi spiraglio, è sempre confortante, ed è quello che come al solito mi impone, mi consiglia, richiamandomi alla lucidità, di non frequentare “certi-posti-e-certa-gente-stai-attento-che-non-si-sa-mai”, ma anche e soprattutto di continuare per la mia strada, nonostante i caldi, nonostante tutto.


Tanto poi tornerà settembre, ottobre, la vita di sempre anche nel mondo fiabesco del circo estivo,  e allora tutti diremo, chi con più chi con meno enfasi, citando Il Trono di Spade e Lord Stark, “L’Inverno sta Arrivando”.