mercoledì 13 marzo 2013

My way, the only way

Forse non è aberrazione, quella mai, o mal celata sensazione che mi fa storcere il naso di fronte all'inevitabile.
Forse è semplice presa di coscienza.
Che cresce, che diventa sempre più pesante, come un boccone indigesto ma necessario, fondamentale nutrimento.
Credo che in fondo, l'unico dovere nei nostri confronti sia l'accrescimento continuo e incondizionato,
La fame. Di cultura, di volontà, di autocompiacimento, più che di autoconservazione.
La vittoria della coscienza sulla sopravvivenza.
Sarò pretenzioso, lo sono sempre, ma è quello che voglio.
Non accontentarsi. L'unica strada che il mio navigatore mi fa fare.
Non la più breve, non senza pedaggi, ma l'unica percorribile.
Ci sono incroci, deviazioni, c'è l'incognita, avvoltoio che tutto domina, ma non bisogna uscire, tenere il volante dritto e andare.
Dove? Non si può essere sicuri di saperlo, ma solo sperare che quel navigatore faccia sul serio, e ascoltarlo come si ascolta se stessi, forse perchè è noi stessi.
Non c'è spazio per strade perdute di lynchiana memoria, perchè perdersi è inaccettabile..

lunedì 11 marzo 2013

Per giunta

Come se non bastasse.
Giochi linguistici apprezzabilii, sforzi inconsapevoli.
La giunta è una forma di governo.
Unire contatti, amicizie.
Per (la) giunta.
Anche se.
Pressioni d'ogni tipo, al di qua di un mondo ancora troppo casuale.
Pensieri, parole, opere. O missioni?
C'è una gran confusione sotto il cielo.
Punti, e virgole.

Si fa un gran parlare di accordi, accrocchi, governicchi, governissimi, ma quel che manca è la sensazione di un'incazzatura che si è fatta rabbia, di uno sdegno che si è fatto aprioristico bastiancontrariesimo.
Manca il compromesso.
Per giunta sempre più vituperato, come odiati manifesti che invece che imbrattati vengono strappati, su cadenti mura di miserabile gusto estetico.

Manca una volontà. Politica, individuale, nazionale.
Manca una morale, una che sia una.
Mi manca, mi manchi.
Per giunta, come se non bastasse, ci siamo noi.
A riflettere come specchi rotti, che portano anche sfiga.
Per giunta.

venerdì 8 marzo 2013

Sono le 8, marzo

Rosa Luxemburg propose l'8 marzo come festa della donna per ricordare l'incendio dell'industria cotton di NY.
129 donne persero la vita dopo che il proprietario ebbe bloccato le porte dello stabilimento in cui lavoravano per fermare le proteste contro le condizioni di lavoro in cui versavano.
Ma l'8 marzo è qualcosa di più. È solidarietà, è partecipazione, specialmente in tempi che ci ostiniamo a chiamare moderni, nonostante la predominanza del machismo a tutti i costi, che sfocia purtroppo spesso in violenza, in femminicidio.
Orrore, invidia, presunzione, il credere che il lato rosa sia per l'uomo una coccarda da sventolare, da esporre, ostentare come un (p)ossesso.

La principale differenza tra i generi secondo me è una: le donne sono multitasking, riescono cioè sempre a fare piú cose contemporaneamente. E a noi non va giù.
Sono per forza di questo più adatte di noi ai tempi correnti, alle corse, allo stress.

Sono il motore, ma noi ci ostiniamo a rimanere attaccat allo sterzo.
Non mi piace mai essere retorico, ma i dati di fatto mi affascinano, le poche certezze che sento mie.
Mentre il mondo sotto scorre, il lato rosa dell'umanità è quello più pratico, ma allo stesso tempo più sognatore, è il complemento necessario e sufficiente.

Non riusciamo ad accettarlo, noi, omuncoli che si ostinano a credere che il potere sia virilità, ad additare colleghe, amiche, personalità su un lato pressoché univocamente pregiudiziale.

Le quote rosa sono la perfetta espressione di questo meccanismo, mentre dovremmo accettare come data l'ormai evidente realtà che non ha senso quantificare, ma qualificare, quello sì.

mercoledì 6 marzo 2013

E la sveglia suona

Fare. Per fermare qualcosa.
Sempre e comunque giri di parole, interrotte, intellegibili.
Sveglia.
Rendersi conto in grigie mattinate chel'unica strada percorribile è quella dell'automiglioramento. Fisico, forse, ma soprattutto intellettuale.
Non adagiarsi, non allentare mai la presa, per trovare qualcosa in cui eccellere.
In tempo, sempre.
La sveglia suona, ogni mattina, ti strappa da sogni fin troppo reali, a volte. Altre no, ma è come se lo fossero.
La sveglia suona, sempre, ti ricorda che sei reale.
Fare, per svegliarsi dal torpore.
Essere, per non morire ogni giorno.
Come acqua che sgorga fresca dalla sorgente, siamo in attesa di assetate bocche da rifocillare, in un circolo non vizioso, ma sopravvivente in sé.
Vedo attimi fuggire dalle mie mani, e la mia impotenza mi rende impietoso.
Vedo braccia intersecarsi alla ricerca di qualcosa che si è perduto troppo presto, troppo in là nel tempo per ricordarsene.
E la sveglia suona, e se ne va con quello squillare quello che non potrò mai trovare.
La maschera, ogni mattina, va indossata, per rendersi adeguati, per credere di esserlo, perlomeno,
E la mia voce rimane afóna, ma io la sento.
Per Dio se la sento, come quella sveglia che suona, ogni mattina,ma anche in certi grigiori.
Le nebbie che mi circondano sono solo fumo negli occhi.
La pioggia che batte è solo un pianto.

domenica 24 febbraio 2013

L'insostenibile eccitazione di quella crocetta

La prima crocetta della mia vita mi fu strappata per una settimana, quella settimana che ricorderò come quella in cui mi resi conto che sarei diventato un uomo solo quando avrei potuto metterla veramente.
Avevo 17 anni, quel 13 aprile del 2008, ma ancora per poco.
Alcuni miei coetanei più fortunati e precoci di me si prestavano con riluttanza a quel gesto che lasciava in loro un senso di incompiutezza, forse, oppure quell'amarezza tipica che ti lascia un caffè senza zucchero, se sei abituato a berlo zuccherato.
Io sì che mi sentivo incompiuto, in quella maledetta settimana.
Come se la scia di quella matita portasse dietro di sè tutta una parte della mia vita.
Una crocetta, più che su un simbolo, era per me come dire addio, finalmente, a una fase prolungata di un'infanzia che ormai mi stava stretta.
Cercavo surrogati di ogni tipo, in quella settimana, che mi facessero dimenticare di un diritto negato. 7 giorni.
Ero una casa finita, ma non mi avevano consegnato le chiavi.

E ancora, ogni volta che chiudo la tendina della cabina, torna dentro con me il mio io di allora, provo un brivido, ogni volta, un'eccitazione difficilimente paragonabile a qualsiasi altro gesto tangibile.
Non mi resta nient'altro, in quei momenti.
E ogni volta che prendo in mano quella matita, e faccio una crocetta, è come se mi muovesse una forza superiore, quelle che trovi solo dentro di te, perché sono te.
La forza di un diritto negato per una settimana.
La forza di un bambino che si accorge di essere diventato qualcosa di più.
Datemi una matita, non sposterò il mondo, ma ogni volta cancellerò la vita che sono stato costretto a vivere, ed evidenzierò quella che mi sono scelto.

giovedì 21 febbraio 2013

Motu Proprio

Motu proprio. La locuzione del giorno.
Cercando di rivalutare Hail to the thief, mi sono messo a cercare armonie mai sopite. Ho ascoltato.

We are accidents waiting to happen.
Incidenti. Accadimenti.
Altrimenti?

Eccola lì, servita, la perla, il genio.
Eccolo lì, per motu proprio, uscire fuori dalla grigia nebbia di razionalità che circonda troppe volte la nostra mente, e che ultimamente tende ad avventarsi, antropomorfizzandosi, crogiuolandosi, paga del terrore che incute.
Che poi, il motu proprio, all'opposto, può anche essere sintomatico di una certa predilezione all'ascolto razionale del proprio io.
Proprio quello.
Non so quanto riuscirò a dar voce a me stesso, ma per certo se lo farò non sarà merito di qualcun altro,
Non so quanto voglia dar ascolto a una parte di me rispetto ad un'altra, ma per assurdo se lo farò sarà una magra compensazione.

Sarà uno scontro, o forse un duetto. Sarà un declino, o un nuovo mondo.
Siamo solo parole, ben strutturate, o strutturabili.
Siamo carne da macello, potenziale, e come tale pronti ci immoliamo al nostro carnefice.
Restiamo imperterriti a guardarci, temendo di vedere noi stessi.
Prendiamo, poi ci dissolviamo.

We are accidents, waiting to happen.
Potenzialmente.
Siamo incidenti, in attesa di accadere.

Se lo faremo, sarà per motu proprio.

domenica 3 febbraio 2013

Senza girarci troppo intorno (da "L'Atipico" gennaio - febbraio 2013)


Sincretismi elettorali. Avvalorati da molti crismi.
Ragioni territoriali, che non si ricordano di migliaia di morti, forse perché aldilà dell'oceano. Guerra civile. 

Siamo sempre a sud di un qualche nord, e questo può forse voler dire che non esiste più alcun nord.
Siamo tutti terroni, e non lo dico solo perché fresco di letture martiniane.
Non credo sia noncuranza, quella voglia di soprassedere.
Non credo sia sopravvalutato, il concetto di divisione territoriale, è che non lo capisco.
Viaggiare nei Pigs ti fa sentire a sud. Ma i Beatles erano nordici, e già cantavano di Pig(gie)s.
Credo nell'Unione doganale, nella libertà di circolazione. Merci, persone, porcellini.
Quelle cose che non sembrano correlate, ma invece una linea logica c'è l'hanno, come se UN nord alla fine sia UN sud qualsiasi.

Che poi diciamocelo, la rosa dei venti è una creazione artificialmente approssimativa, come quelle strade moderne ma poco battute, come opere mai finite che cercano di trovare un senso al caos, come ali di farfalla, inconscie distruttrici.
Secessioni come se piovesse, come se il chiudersi a riccio sia diventato l'unico modo di affrontare mondi che al contrario si aprono come rose appena schiuse. Come occhi appena svegli. Come se il guardare se stessi sia diventato unico modo per giudicare gli altri.

Ossimori, contrari costretti a stare affiancati. Come punti opposti di poli forse più vicini di quel che si pensi.
Come quei troppi nord e sud che ci circondano, e che spesso tirano in ballo anche oriente e occidente, in una lotta fratricida che mai avrà fine.
Parole, segni poco tangibili di conflitti mai risolti.
Westeros non esiste, ma è dietro l'angolo.
Girarlo, quello è il problema.

Ambizioni medievali seducono ancora, esplicitando fascini populisti, e il ciclo si ripete senza fine, in attimi mai conclusi in sé, ma complementari, come quei due poli che si guardano da lontano, perché riescono solo a osservare davanti a sé.
Ciò che mi sta davanti, laggiù, potrà mai essere la stessa cosa che mi sta dietro, spalla contro spalla?
Girarsi, quello è il problema, ci accorgeremmo tutti di essere più vicini.

Egoismi di maniera zittiscono ancora i più naturali istinti fraterni, sic et simpliciter ci troviamo sempre di fronte ad una scelta, che non è mai condivisa, ma sempre invisa, in squadrate mura di odi immeritati. Più che cerchi, spigoli da lasciarsi indietro.
Aggirarli, quello é il problema.